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21. Monetazione e unità di misura in Sicilia 21.1. Monetazione L’unità base per il conteggio a Napoli agli inizi del secolo XVIII era il ducato che si divideva in carlini, grana (o grani) e cavalli:
Era anche in uso il tarì napoletano, pari a 2 carlini, ed il tornese pari a 6 cavalli ovvero ½ grano. Nello stesso periodo, l’unità base per il conteggio in Sicilia era l’oncia, o meglio l’onza:
Con legge del 19 dicembre 1745 [...] il carlino di Napoli venne equiparato al tarì di Sicilia:
Il grano siciliano valeva evidentemente la metà di quello di Napoli. Dopo la restaurazione borbonica e l’unificazione dei due regni di Napoli e Sicilia sotto Ferdinando I, con la legge N.° 1176 del 20 aprile 1818 [...] vennero effettuate alcune modifiche per pervenire ad un sistema di monetazione decimale. Il ducato venne così suddiviso:
In Sicilia il grano di Napoli e la moneta estera in genere era chiamato bajocco, quindi il ducato napoletano era pari a 100 bajocchi. Erano necessari 3 ducati napoletani per fare un’onza siciliana, che rimaneva quindi la moneta con maggior valore nel Regno delle due Sicilie. Per evitare errori contabili nella pubblica amministrazione, con decreto N.° 1908 del 6 marzo 1820 [...] valido dal 1° gennaio 1821, il sistema monetario venne unificato in tutti i territori del Regno delle Due Sicilie, abolendo la monetazione siciliana in onze e tarì. Questa abolizione appare però formale, dal contenuto di molte lettere e documenti esaminati, alcuni peraltro inerenti il servizio postale, è comunque evidente che in Sicilia rimase in uso per parecchi anni ancora la consuetudine di fare i conteggi in moneta siciliana. A livello di moneta coniata, è da precisare che nel Regno delle Due Sicilie erano attive due zecche, quella di Napoli e quella di Palermo, quest’ultima chiusa nel 1758. Nel periodo storico qui trattato (1820-1858) le nuove coniazioni furono effettuate solo a Napoli ma è plausibile pensare che all’inizio del regno di Ferdinando I circolassero ancora onze d’oro o tarì d’argento siciliani coniati a Palermo. Per dare un po’ di concretezza ai numeri prima elencati può essere utile, per esempio, dare le caratteristiche di una moneta coniata sotto Francesco I:
Per completezza di informazione, è utile sapere che nel 1861 con l’avvicinarsi dell’unificazione dell’Italia e la conseguente circolazione anche della lira piemontese, venne stabilità la parità monetaria tra l’onza siciliana e la lira (di peso d’oro fino di grammi 0,29032 e con titolo 900/1000) nel rapporto:
Per comprendere meglio l’entità effettiva delle tariffe postali in Sicilia, possono essere utili alcuni raffronti. Intorno al 1820, un muratore in Sicilia percepiva un salario medio giornalerio di 5 tarì, quindi con una paga annua che molto difficilmente superava le 50 onze. Nello stesso periodo, un rotolo di pane (poco meno di 800 grammi, vedi il paragrafo successivo) costava 1 tarì e 8 grana, la stessa quantità di carne bovina costava 1 tarì e 4 grana, mentre 1 barile di vino (circa 34 litri) costava 2 tarì. Nel 1825, il Marchese di San Giacinto, Amministratore Generale delle Regie Poste, percepiva uno stipendio annuo di 500 onze. Un Direttore di Posta di valle minore, percepiva nel 1833 uno stipendio annuo di 100 onze; per contro, un “arringatore” delle lettere a Palermo aveva uno stipendio annuo di 6 onze, vale a dire 15 tarì al mese (l’arringatore era quell’inserviente in forza all’Amministrazione postale di Palermo che aveva il compito di mettere in fila le lettere prima di passarle alla bollatura). Ed ancora, nel 1839 un posto interno sulle vetture corriere costava «bajocchi quaranta per ogni posta», quindi 40 grana di Napoli a posta (la distanza simbolica da un rilievo all’altro): se pensiamo che la corsa da Palermo a Messina, pari a 234 miglia siciliane per la “via delle montagne”, era composta da 29 poste, allora un passeggero doveva pagare per il percorso completo 29x40=1.160 grana pari a ducati 11 e grana 60, un prezzo davvero esorbitante!
21.2. Pesi Il sistema ponderale in uso in Sicilia dagli inizi del secolo XVIII era il seguente: 1 rotolo = 30 once = 2 ½ libbre La corrispondenza delle unità siciliane col nostro attuale sistema ponderale è la seguente: 1 rotolo = 793,42 g La corrispondenza in grammi delle stesse unità usate a Napoli è leggermente diversa.
21.3. Distanze Tra le misure di lunghezza usate in Sicilia nel 1800, quella più interessante nell’ambito postale è il miglio (siciliano) usato nelle tabelle per il calcolo delle tariffe in funzione della distanza:
In unità metriche moderne:
Il miglio siciliano assunse questa definizione solo con una specifica legge del 31 dicembre 1809 [...] promulgata per superare una situazione precedente abbastanza confusa dove le misure di lunghezza e superficie in Sicilia erano diverse persino da città a città. L’unità base del nuovo sistema di misura delle lunghezze in Sicilia era il punto (pari a 0,149 mm). Il palmo era costituito da 12 once, composte da 12 linee di 12 punti. Nel Regno delle Due Sicilie era in uso anche un altro tipo di miglio, denominato “da 60 a grado”, che aveva un valore pari alla 60-ma parte dell’arco di circonferenza terrestre sotteso da un grado. Questo tipo di unità era molto usata nella cartografia dell’epoca.
21.4. Tempo Prima dell’avvento delle moderne convenzioni internazionali che ne hanno stabilito metodi comuni di misurazione, il tempo era sicuramente un fatto locale ed era principalmente il sole a scandire il passare delle ore oltre che dei giorni. L’alba, il mezzogiorno ed il tramonto erano eventi di facile osservazione e sui quali si basava la giornata lavorativa, in Sicilia principalmente nei campi. Nel 1800 in Sicilia e nel resto del territorio italiano erano in uso due differenti sistemi di misurazione del tempo. Il primo era il sistema delle “ore d’Italia”, molto radicato nella popolazione, soprattutto nei contadini ed in tutti quei lavoratori che basavano le proprie attività sulle ore di luce solare. Il secondo era denominato delle “ore di Francia” o “ore di Spagna” o “moderne”, metodo già consolidato nel continente europeo ed il cui uso si stava diffondendo anche in Italia. Con il computo all’italiana le ore sono conteggiate da 1 a 24, sono di durata costante, ed il passaggio da un giorno ad un altro è posto al tramonto del sole o meglio al Vespro, mezz’ora dopo il tramonto. Le “ventitré” di un certo giorno sono quindi un’ora prima del Vespro e “l’una di notte” vuol dire un’ora dopo il Vespro; la notte quindi appartiene tutta al giorno successivo. Le “ore di Francia” o “ore di Spagna” sono invece molto simili al sistema attuale. Il cambio del giorno si ha alla mezzanotte e le ore sono numerate da mezzanotte a mezzogiorno (1-12) e da mezzogiorno a mezzanotte (nuovamente 1-12), chiamate quindi ore “piccole” per distinguerle dalle ore “grandi” (1-24) all’italiana. L’alba di un giorno è alle 6 antimeridiane, il tramonto intorno alle 6 pomeridiane. Come le ore italiane anche queste francesi sono di durata costante e misurano il tempo locale vero. Nei documenti ufficiali sul servizio postale siciliano e sulle corrispondenze dell’epoca le ore sono indicate a volte con la specificazione “di Spagna” oppure “d’Italia”, ma a volte senza nessuna particolare indicazione. Per capire in questo caso a quale metodo si sta facendo riferimento, è utile ricordare che ore maggiori di 12 indicano certamente ore all’italiana mentre ore comprese tra 1 e 12 con suffissi come “antimeridiane” o “pomeridiane” indicano certamente ore “moderne”. Per valutare correttamente la corrispondenza delle ore indicate con il metodo all’italiana con l’orario attuale, è fondamentale tenere presente la dipendenza dell’ora del tramonto dalla stagione e dal luogo. In Sicilia ad esempio, l’ora del tramonto varia dalle ore 17 attuali nel periodo invernale (da ottobre a marzo) alle ore 20 attuali nel periodo estivo (da aprile a settembre).
Per operare allora una rapida e ragionevolmente precisa conversione tra l’antica ora d’Italia e la moderna ora convenzionale, provate ad usare lo schema sopra riportato. I due quadranti rappresentano due situazioni stagionali tipiche del periodo invernale (a sinistra) e nel periodo estivo (a destra): la freccia indica in entrambi l’ora del tramonto. Nelle parti interne dei due quadranti vengono riportate in cifre arabe le ore moderne, mentre le cifre all’esterno (in caratteri romani per analogia con i quadranti degli orologi di quel tempo) rappresentano le corrispondenti ore italiche nelle due situazioni. Immaginate poi di ruotare la lancetta del quadrante invernale in senso orario, sino ad arrivare alla tipica situazione estiva rappresentata nel quadrante di destra: questo movimento non fa altro che simulare l’evoluzione stagionale e permette di ottenere le corrispondenze intermedie considerando che la corona esterna delle ore italiche si sposta solidalmente con la lancetta. Per maggiori informazioni potete consultare [B41] in bibliografia Ultima modifica il 01/01/2007 - Tutti i diritti riservati. |
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